Un'ape in etichetta: l'agricoltura sostenibile



FVG – Durante il periodo natalizio si registra inevitabilmente un’impennata del numero di bottiglie stappate tra mura domestiche, wine bar e ristoranti. Cene sociali, cene di lavoro o semplicemente cene tra amici e parenti sono ottime occasioni per stappare una bottiglia e gioire del “nettare degli dei” in buona compagnia.

Le occasioni d’incontro si dimostrano anche il momento ideale per stappare qualche bottiglia meno comune, frutto ad esempio di vinificazione di vitigni minori oppure frutto di lavorazioni improntate al rispetto dell’ambiente secondo i dettami di specifici disciplinari.

In una di queste occasioni mi è caduto l’occhio sulla contro-etichetta di una bottiglia sulla quale spiccava un logo raffigurante un’ape contornata dalla dicitura “SQNPI agricoltura sostenibile”.

L’acronimo SQNPI sta a significare “Sistema di Qualità Nazionale di produzione integrata”, ovvero la certificazione a livello nazionale della qualità di un determinato prodotto, rilasciata da parte di organismi terzi ed indipendenti autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e dalle Regioni.

L’apposizione di questo logo certifica che le produzioni agricole (non solo vino, ma anche molti altri prodotti agroalimentari) hanno seguito i principi di un disciplinare che si pone come obiettivo principale la tutela dell’ambiente e della salute dell’uomo.

Nata con una legge nazionale del 2016, la certificazione recepisce i principi di una direttiva comunitaria che aveva lo scopo di mettere ordine su tematiche relative alla lotta guidata e alla lotta integrata. Prima della nascita di questa certificazione, esistevano in materia molteplici disciplinari, spesso però profondamente diversi tra di loro e bisognosi di un’opera di raccordo, unificazione e semplificazione.

In ambito vitivinicolo tale normativa ha codificato precise tecniche agronomiche, colturali e fitopatologiche che hanno come comune obbiettivo la produzione ecosostenibile del vigneto.

Il simbolo dell’ape è così stato scelto in quanto tale insetto è considerato il più importante in ambito agronomico e il più sensibile alle variazioni dell’ambiente.

L’adesione a tale certificazione è, attualmente, frutto della scelta delle singole aziende. Tuttavia sarebbe opportuna un’azione congiunta, favorita e caldeggiata, ad esempio, dai Consorzi, in modo tale che territori interi decidano di compiere questo passo a vantaggio dell’intera comunità.

Il disciplinare ha creato presidi sanitari con il minor impatto possibile sull’ambiente e scelto prodotti a ridotta tossicità nei confronti di piante e terreni oltre che, conseguentemente, per il consumatore finale. Il disciplinare non si limita al mero elenco dei prodotti fitosanitari ammessi, ma stabilisce anche il numero di interventi possibili in campo, il periodo in cui essi debbano essere effettuati ed il termine oltre il quale gli stessi non possono più essere eseguiti.

Un importante principio che sta alla base di tale certificazione è l’alternanza dei principi attivi ai fini di ridurre la resistenza dei patogeni. Funghi ed insetti infatti spesso si abituano ai fitosanitari dando vita ad individui o ceppi resistenti. Per scongiurare l’aumento dei dosaggi dei prodotti per il trattamento delle colture, si preferisce appunto ricorrere al principio dell’alternanza dei principi attivi.

Secondo il principio dell’alternanza dei principi attivi e della scelta del momento corretto della loro somministrazione, o non somministrazione, si tende ad ottenere un’uva, al momento della raccolta, il più possibile sana e priva di tracce di trattamenti.

La certificazione suggerisce anche norme di carattere agronomico, quali ad esempio la corretta esecuzione degli sfalci dell’erba, il mantenimento di specifiche zone incolte per preservare la presenza di insetti utili alle colture, il mantenimento di zone boschive, la lavorazione del sottofila che evita il ricorso al diserbo.

Una volta giunte in cantina, le uve sono poi sottoposte ad un’analisi multiresiduale per l’individuazione dell’eventuale presenza dei principi attivi (oltre 400) e la loro quantificazione.

Tali analisi sono effettuate sia in regime di autocontrollo da parte delle aziende che vogliono ottenere la certificazione, che in seconda battuta, a campione, dall’ente terzo certificatore. I controlli, a seconda del fine ultimo delle analisi, possono essere eseguite anche sulle superfici coltivate, sulle foglie o sui tralci.

L’accuratezza e la precisione delle analisi residuali consentono di capire quanto è stato fatto nel vigneto nel corso degli anni e quali prodotti sono stati utilizzati per il controllo delle patologie.

Ottenere la certificazione significa poter trasmettere al pubblico la volontà di un’azienda di operare in un’ottica di tutela dell’ambiente e massima trasparenza nei confronti del consumatore.

La difficoltà maggiore che incontrano le aziende che puntano ad ottenere la certificazione, non è tanto il conseguimento della certificazione in sé, quanto molto spesso, la constatazione della mancanza di sensibilità da parte del pubblico verso queste tematiche.

L’agricoltura sostenibile è caratterizzata dalla fusione di conoscenze del passato e tecniche moderne e di fatto è un vero e proprio messaggio di serietà, rispetto dell’ambiente e trasparenza che un’azienda invia al consumatore finale.

Si tenga presente che l’utilizzo blando di fitofarmaci renderà le colture maggiormente esposta al rischio degli eventi meteorologici non previsti o prevedibili, con conseguente calo delle quantità prodotte. Rischio che le aziende certificate SQNPI si assumono ritenendo valore assoluto l’ecosostenibilità delle produzioni.


Tratto da pordenoneoggi.it del 28 dicembre 2019 - Riproduzione Riservata