L'Altra Franciacorta

October 1, 2017

 

Un nome importante quello della Franciacorta, una parola che nel corso di pochi decenni è riuscita a riassumere in sé una pluralità di concetti quali arte spumantistica, elevato livello qualitativo dei vini, identificazione del prodotto con il territorio di origine, selezione e valorizzazione dei vitigni vocati alle produzioni di qualità. Quando si parla di Franciacorta, o meglio ancora, quando in enoteca si ordina un Franciacorta, si hanno già le idee ben chiare sulla tipologia di vino che si sta ordinando ed il suo modo caratteristico di esprimersi al naso ed al palato. Non c’è bisogno di descrizioni o specifiche, il nome proprio è già identificativo dell’oggetto.

 

Tante certezze mi vengono però meno nel momento in partecipo ad una degustazione dal nome “l’Altra Franciacorta”. Come è possibile un’altra? Cosa significa? Ma la Franciacorta non era una sola?

E’ con questo dubbio, misto alla curiosità di capire cosa possa rappresentare un’altra Franciacorta, che mi dirigo verso Monticelli Brusati, paese franciacortino della zona sud-orientale del lago d’Iseo.

La meta del viaggio è l’azienda di Aurelio ed Emilio del Bono ovvero Casa Caterina.

Monticelli Brusati presenta da subito un aspetto assai differente rispetto alla fascia collinare franciacortina della zona morenica di fronte al lato sud del lago d’Iseo; la strada in salita comincia ad inerpicarsi fino raggiungere a 400/500 metri di altitudine, facendo dimenticare ben presto le dolci colline delle zone più note.

Queste insolite altitudini, questi profili più marcati, iniziano a farci comprendere un po’ meglio il concetto di “Altra Franciacorta”.

L’accoglienza in azienda è qualcosa di straordinario, quello che sempre si vorrebbe trovare quando si va in visita “per vini”: calore umano, semplicità, cortesia, legame a filo doppio con la terra, rispetto per la natura e gli animali.

Per capire bene come il territorio, e più precisamente i terreni di Monticelli Brusati possano esprimersi all’interno del calice, Aurelio mi posa sul tavolo due pezzi di roccia.

 

“Vedi Antonio, questo è il gesso delle Montagne di Reims, e questo è il calcare che abbiamo qui a Monticelli”. Avevo chiesto di conoscere il territorio prima di arrivare all’assaggio dei vini, e così, Aurelio mi illustra le componenti maggiormente rappresentative dei terreni, per poi iniziare “il viaggio” tra i vigneti in questa parte della Franciacorta orientale. Non tutta uguale la composizione dei terreni: a quelli argillo-calcarei con maggiore presenza di scheletro posti ad altitudini più elevate, si alternano altri a matrice sabbiosa con inserti di arenarie. Arenaria che Aurelio mi fa notare essere, alle volte, incastonata nei “Broli”, muretti di roccia chiara, ottenuta dalla “bonifica” dei terreni per renderli più facilmente coltivabili e che suddividono le proprietà o fanno da recinzione alle abitazioni.

Sorprendente l’altitudine raggiunta da alcuni vigneti che sfiorano i 600 metri; costante ventilazione, ottima esposizione solare e scarsa umidità fanno sì non si verifichino le nebbie; ed una piacevole frescura, che al calar della sera, nelle serate d’estate, qui richiede di indossare comunque un maglioncino in cotone.

Impianti fitti fino a 10.000 piante ettaro, sistemi di allevamento bassi, ritorno sperimentale all’alberello, ed un Pinot Meunier che fa bella mostra di sé nelle varie parcelle di Casa Caterina.

 

Fermentazioni spontanee, lieviti indigeni, sboccatura à la volée, niente liqueur d’expedition…tutto il più naturale possibile, come naturali sono i vini che escono da Casa Caterina.

Ma soprattutto una sapiente spumantizzazione, un eccezionale perlage che sarebbe troppo riduttivo limitarsi ad osservarlo; va analizzato per come si esprime sulla lingua sulle guance, sulle gengive. Effetto cremoso, intriganti spilli che pungono in maniera garbata la bocca; qui c’è lo stacco tra un prodotto ordinario ed un prodotto di estrema qualità.

In perfetto stile champenoise questi spumanti hanno davanti a sé lunghi periodi di invecchiamento. Aurelio sorride, quando sente che un Franciacorta Docg può sostare sui lieviti per soli 9 mesi. La qualità dei profumi, del perlage, la struttura stessa del vino, arrivano esclusivamente con il passare del tempo, di molto tempo.

 

Ecco che allora il primo vino dell’azienda si presenta dopo 36 mesi di sosta sui lieviti: Brut Cuvée Nature 2013, 100% Chardonnay. Quello che dovremmo definire un entry level, è un vino che si apre lentamente al naso, richiede attesa per lasciare esprimere le note fruttate di agrume, bergamotto, frutta tropicale, ma anche erbe aromatiche come la salvia e lievi sbuffi di note speziate. Al palato un’estrema eleganza nella cremosità del perlage. Intenso e persistente; è capace di mutare continuamente con il passare del tempo e con il rialzo della temperatura che lo rende ancor più caratteristico. Un saliscendi di sensazioni, che appagano e al contempo impegnano il palato.

 

Brut Nature 36 Rosé 2013, 75% Pinot Nero, 25% Pinot Meunier. Questo straordinario metodo classico rosato riunisce già nel colore le aspettative del degustatore. Il suo rosa antico, ricorda il petalo di rosa appassita sia alla vista che all’olfatto; lieviti e crosta di pane si confondono con i rimandi fruttati di ciliegie e ribes tipici di un Pinot Meunier a cui spesso non siamo abituati. La semplicità dei sentori fruttati lascia poi spazio a qualcosa di più terroso, un rimando all’humus a note speziate più scure, per un sorso di sicuro interesse.

 

Brut Cuvée 60 Nature 2011, 100% Chardonnay.

Caleidoscopico questo Chardonnay, capace di esprimersi, passati ormai 5 anni abbondanti, con sentori che vanno dalla frutta bianca matura, agli agrumi per arrivare alle note di frutta secca come nocciole e mandorle amare. Con il tempo la terziarizzazione offre rimandi di idrocarburi, che ben si mescolano all’ampio corredo olfattivo. Sapidità e freschezza offrono una struttura di decisa importanza, per un vino muscoloso ma che al contempo invita all’assaggio.

 

L’Estro 2011, Marsanne, Viogner, Sauvignon Blanc.

Approccio impegnativo per questa bottiglia, capace però di conquistare il degustatore che ha voglia di addentrarsi in questo uvaggio straordinario. Il calice brilla di luce propria, gli oltre cinque anni di età non hanno impedito a questa bottiglia di esprimere il proprio fascino di uno scintillante giallo dorato.  Profumi accomodanti ma non scontati: dall’albicocca alla frutta tropicale matura, note mielate che si confondono nel finale di arancia amara candita. Al palato la decisa morbidezza smorza giustamente la sapidità che lo caratterizza.

 

La gamma di prodotti che ho avuto la fortuna di degustare non finisce qui, anzi.

I Del Bono sono degli sperimentatori. Così oltre ai vitigni classici atti alla spumantizzazione dei Franciacorta, ci sono delle vere e proprie perle enologiche, che sfortunatamente non avremo spesso l’opportunità di trovare sul mercato dato l’esiguo quantitativo prodotto. Ecco quindi che troviamo il pinot Meunier frutto di diverse interpretazioni, tra cui una stupefacente vinificazione in rosso invecchiata dieci anni in piena salute; vitigni internazionali quali il merlot, il cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, ma anche Gewurztraminer, Moscato Rosa, Incrocio Manzoni, Rebo ed altri.

L’arrivederci ce lo diamo con un Brut Nature Riserva, anche questo vino non ancora in commercio; sta riposando sui lieviti da parecchi anni, ma Aurelio dice che il tempo passato non è ancora sufficiente.

Un’occasione in più per tornare a Casa Caterina, Azienda in Monticelli Brusati ove è possibile compiere un viaggio nelle emozioni che questi calici riescono ad offrire.

 

tratto dalla rivista qbquantobasta pag. 38 del mese di Ottobre 2017

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