Un continuo atto d’amore che proietta l’antica arte di fare il vino nella modernità e nel futuro

March 18, 2017

 

Posizionata in territorio collinare ai piedi dei Monti Lepidi e con lo sguardo rivolto verso il Mar Tirreno superando la Pianura Pontina, l’antica cittadina di Cori in provincia di Latina ospita l’azienda Marco Carpineti, azienda che ha fatto della tutela del territorio e della sua integrità la propria missione.

Il terreno è nient’altro che un contenitore dal quale l’uomo attinge, dal quale raccoglie i prodotti; ma proprio in virtù di tale continuo “prelievo”, l’uomo ha il dovere di restituire quanto ricevuto, deve cioè ristabilire l’equilibrio fra le componenti venute meno a causa del suo continuo sfruttamento.

Poco più di 50 ettari costituiscono la proprietà Carpineti, di cui una quarantina coltivati a vigneto con esposizione sud sud-ovest e poco più di una decina ad oliveto, dove viene coltivata la cultivar Itrana. La proprietà è distribuita in tre appezzamenti distinti in Cori dove la diversità di composizione dei terreni è in grado di caratterizzare i vini prodotti: terreni di origine vulcanica per lo più per gli appezzamenti che sembrano essere un prolungamento dei territori dei Castelli Romani, poi tufo, calcare e sabbie.

I sistemi di allevamento utilizzati sono differenti in base ai vitigni coltivati e spesso identificano le particelle dei singoli terreni che via via sono stati annessi nel corso degli anni all’azienda, testimonianza di un’elevata parcellizzazione in zona della proprietà. Ad esempio qui Nero Buono predilige la potatura a Guyot, mentre il Cesanese del Piglio richiede una potatura a cordone speronato.

L'azienda ha adottato i metodi dell’agricoltura Biologica dal 1994, e forte di tale lunga esperienza è ormai orientata verso la totale conversione alla biodinamica. 

Dalla biodinamica si ottengono vini veri e sinceri; vini che derivano dall’adozione di un certo ordine in vigna, da un’alta qualità del frutto, nonché dall’eliminazione di tante sostanze non appartenenti alla natura, primi fra tutti i solfiti. Paolo Carpineti, laureato in economia, ma con una profonda passione, fin da piccolo, per l’agricoltura e figlio del titolare Marco, mette al centro del proprio lavoro la pianta, la vite che, in un ecosistema il più rispettoso possibile della natura, deve ricercare una certa autoimmunità. La pianta deve cercare di risolvere in autonomia problemi e criticità, eventualmente aiutata dall’uomo solo con metodi naturali, come quelli offerti dalla biodinamica. A titolo di esempio, allo sfruttamento del terreno, l’Azienda Carpineti risponde restituendo parte degli elementi sottratti andando a piantare - nell’interfilare - colture come le leguminose, il favino in primis, perfetto per il sovescio e che arricchirà il terreno e, quindi, il vigneto.

“Non dobbiamo fare nulla di nuovo, basta utilizzare i vecchi metodi. Si va avanti guardando il passato. Oggi il nostro lavoro è più facile”. 

Sono quasi disarmanti le parole di Paolo, ultima generazione Carpineti, quando ci spiega il suo approccio alla viticoltura. Dalle sue parole cogliamo quanto sia profondo e sincero è il legame tra l’uomo e la campagna; il rispetto per la natura che coniuga la convinzione di un ritorno al passato nei metodi di lavorazione, con la consapevolezza di avere però oggi, il supporto di conoscenze e tecnologie. La tecnologia presente in azienda consente infatti un più puntuale monitoraggio dei fenomeni atmosferici quali le piogge, l’umidità, la ventilazione o, nelle fasi della vinificazione, il controllo della pressatura soffice delle uve ed il controllo della temperatura di fermentazione e di stoccaggio dei vini. In campo però non si lavora più con il trattore, sono i cavalli che svolgono le operazioni di traino, evitando così inquinamento e compattamento del terreno che porterebbe ad un minor drenaggio dello stesso. Il reimpianto viene eseguito solo con vitigni autoctoni, mai internazionali proprio a voler tutelare e garantire il territorio e le sue tradizioni. Anche tutte le fasi delle lavorazioni sono compiute all’interno dell’azienda, cercando di seguire le fasi della natura. Ad esempio non si imbottiglia durante la vendemmia, perché in quel periodo in cantina ci sono troppi lieviti presenti nell’aria; le uve dal piano di arrivo in azienda per caduta raggiungono le presse soffici, all’interno delle quali in particolare le uve bianche vengono tutelate da potenziali ossidazioni con l’utilizzo di azoto; e la vendemmia viene eseguita entro le ore 13, evitando le ore più calde, e meno adatte a tali lavorazioni.

L’utilizzo dei legni è sempre molto limitato, per risultare il meno invasivo possibile: esso integra i caratteri propri del vino il quale, però, deve parlare di sé e del territorio da cui ha origine. E’ per questo che la Carpineti ha intrapreso anche in questo caso la strada del ritorno al passato, con le vinificazioni in anfora. Le anfore utilizzate hanno una forma ovoidale che ricorda da un lato la maternità e dall’altro consente, proprio in virtù della forma stessa, un più facile rimescolamento delle fecce nobili che daranno sapore, profumo e struttura al vino. Le anfore sono in argilla e la scelta del materiale consente la massima tutela dell’espressione dei vitigni autoctoni. Le anfore permettono al vino di “respirare” e ne preservano il corredo aromatico senza modificarlo in maniera decisa come può accadere con l’utilizzo della barrique. E’ con il Bellone ed il Nero Buono di Cori che oggi questa antica arte di vinificazione viene proiettata nella modernità e nel futuro. 

Nuove sperimentazioni, tanta ricerca, tanti rischi ma soprattutto tanta passione.

 

Degustazione:

Kius Brut 2013: interessantissima versione metodo classico del Bellone; vinificato in purezza si mostra vestito di un giallo paglierino che inizia ad assumere qualche tonalità dorata, quasi ad abbandonare una giovinezza ormai superata. Anche al naso le note agrumate vanno verso sentori di frutta più matura, più “calda” affiancata da timide note di erbe aromatiche ed una fragranza, in cui i lieviti aprono la strada a sentori di pasticceria. Buona la freschezza al palato, che che gioca quasi in perfetto equilibrio con le note morbide del vino. Finale di bocca piacevolmente amarotico.

 

Kius Extra Brut 2012 Rosè

Nero Buono di Cori al 100%; con il suo colore ramato conquista a prima vista. Fine perlage e brillantezza che ripagano l’attesa del desiderio di scoprire questo vitigno così territoriale qui alle prese con la spumantizzazione. Al naso apre con invadenti sentori di melograno, affiancati da note di piccoli frutti rossi. Lieve fragranza che richiama i lieviti affiancata da una fine mineralità che rende più di struttura l’assaggio. Grande eleganza nel gioco degli equilibri al palato, dove la piacevole freschezza viene annullata dalle note morbide; fa strada a se un tannino quasi timido, che svolge tuttavia la propria funzione: passa in punta dei piedi, lasciando traccia del proprio passaggio, una timida astringenza ed un leggero amaro decisamente apprezzabile.

 

Capolemole 2015 

Un Bellone affiancato da un 20% di Greco: vino che è caratterizzato da una decisa intensità. La dominante olfattiva fruttata caratterizza in maniera decisa questo vino: frutta matura e tropicale lasciano chiudere lo spettro olfattivo alle erbe aromatiche. Buona la bevibilità, che contraddistingue una bottiglia dal sorso non molto lungo, ma di sicuro supporto ad antipasti o aperitivi.

 

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